Eccoci dunque qui a Roma per il primo Congresso di Base Popolare. Ci riuniamo qui, arrivando da ogni parte d’Italia: siamo numerosi, siamo entusiasti, pronti a metterci in gioco perché il mondo sta cambiando e come tale va capito, vissuto, sostenuto collettivamente. Cito un proverbio africano: “Se vuoi arrivare primo corri da solo. Se vuoi arrivare lontano cammina insieme”.

Arriviamo a un appuntamento che rappresenta uno snodo, non un inizio, grazie alla vostra spinta emotiva e motivazionale. E permettetemi di ringraziare gli amici Mario Mauro, Gaetano Quagliariello, Lorenzo Dellai, Gian Mario Spacca e il nostro coordinatore nazionale Giuseppe De Mita che hanno avvertito l’esigenza di avviare quel processo di riunificazione del fronte dei moderati per riaffermare i principi del pluralismo che hanno segnato la storia civile e democratica del nostro Paese. Uniti si vince, ma dobbiamo avere ben chiaro su cosa ci misuriamo, qual è il reale obiettivo da raggiungere.

Il punto di partenza è invece la nostra rinnovata forza, quel desiderio di fare politica con gli stessi valori di sempre ma con un passo differente, una marcia più spedita. 

Sì, siamo per un metodo nuovo e un’articolazione più dinamica, ma, è bene ricordarlo, restiamo con i piedi ben piantati in terra. Quello che serve ‘qui, ora e domani’ è la consapevolezza che, con la vecchia politica, con le vecchie regole, con le lobby, con i primattori, non si andrà mai da nessuna parte. Siamo e vogliamo essere diversi, siamo e vogliamo essere inclusivi.

Per noi fare politica è una missione che riguarda tutti, con i singoli contributi, certo, e volgendo lo sguardo oltre, ma sempre l’uno a fianco all’altra, donne e uomini, cittadini d’Europa e del mondo che hanno tutti la stessa dignità, lo stesso valore inviolabile come quella libertà che, per statuto e per vocazione, promuoviamo e valorizziamo. 

D’altronde l’etimologia del termine Congresso è una sentenza oltre che un motto. Una parola apparentemente altisonante, ma non è così, piuttosto è un impegno. Deriva dal latino e vuol dire: incontrarsi, camminare insieme

Ecco, noi che siamo sul palco e chi avrà l’onore e l’onere di condurre questa nave in un porto più ampio e accogliente, non siamo degli illuminati, così come non sono illuminati quelli che sono stati o sono oggi al governo o all’opposizione. In realtà siamo i custodi di un messaggio che deve essere alla base del presente per vivere al meglio questi giorni così complicati.

Diciamo no alla presunzione, alla cerchia dei benpensanti, all’élite che è solo apparenza. La massa critica è qualcosa che sfugge a qualsiasi disegno verticistico, semmai rovesciamola questa piramide, da uno a tanti, andiamoci a conquistare quegli spazi che forse altri non hanno la sensibilità e la capacità di distinguere.

Oggi, ad esempio, riempiamo questo meraviglioso e storico teatro. Ma domani? Possiamo limitarci alla demagogia, alle frasi fatte, ai vuoti motti acchiappa consensi? No, questo non è più possibile: quel treno è finito da un bel po’ su un binario morto. 

Prendiamo invece atto di quanto oggi rappresentiamo e di quello che vogliamo conquistare, aprendoci agli altri, ma, badate bene, senza mai abbassare la testa, senza cedere a compromessi che incrinano i valori di cui siamo fieri portatori. Non lo abbiamo mai fatto, non credo ci sia qualcuno che oggi vuole invertire la rotta. 

L’unica via del progresso è la condivisione che parte dal basso, la solidità di un progetto fondato sulla fiducia reciproca. 

Diciamo no alle divisioni e alle disparità, sì all’eguaglianza sociale, per noi motore del cambiamento, e al codice etico che rafforza le radici cristiane che incarniamo. La stella polare del nostro movimento illumina un mondo fatto di sostenibilità, di valori culturali, di rispetto delle regole, delle tradizioni, di efficacia decisionale e di stabilità politica. 

Tanto era necessario premettere, mentre ci avviamo a discutere nel merito le singole questioni, in questa mattinata di condivisione e di conoscenza.

Ci viene in aiuto, come una sintesi efficace, la mozione agli atti.

Noi siamo per un’Europa che esprime istituzioni democratiche coese, siamo per il rafforzamento dei processi decisionali che coinvolgono tutti, nessuno escluso. Siamo per la pace e per la prosperità, per il potenziamento delle istituzioni internazionali. Siamo per una transizione verde che è necessaria oltre che auspicabile. Qualcuno lo ha capito prima, ma anche noi abbiamo sempre osteggiato il profitto fine a se stesso, quel capitalismo spinto che ha succhiato linfa vitale dalle radici plasmate sul rispetto dei cittadini e sulla tutela dell’ambiente. 

Giustizia sociale, welfare, educazione e scuola, coesione territoriale, sanità e trasporti, sicurezza: i pilastri del programma sono numerosi. Prioritario è garantire i livelli essenziali delle prestazioni su tutto il territorio nazionale, in particolare in sanità, scuola e trasporti; per essere efficaci occorre oliare per bene il coordinamento tra Stato, Regioni ed Enti Locali.

E’ inoltre il momento di aprire alle politiche demografiche, perché se non nasce più nessuno in questo Paese siamo destinati a impoverirci in qualsiasi settore.

Vogliamo crescere, sentirci più forti per qualità e quantità del lavoro messo in cantiere. Ora, c’è più che mai bisogno di un collante per mettere insieme le varie anime centriste. I rischi di una deriva personalistica sono sempre dietro l’angolo. Occorre avanzare insieme. L’obiettivo è aggregare le forze sociali, civiche e politiche della società civile, favorendo la partecipazione di tutti voi iscritti nel momento in cui ci sono da studiare soluzioni per poi assumere, insieme, indirizzi e decisioni.

Dobbiamo osare ed essere ancora più chiari con i potenziali interlocutori e fare autocritica quando è necessario.

Mi soffermo infine su quelle che a mio giudizio sono le priorità assolute. Alludo al già accennato coinvolgimento massiccio dei giovani e al bisogno essenziale di una rappresentatività radicata nel popolo, non ambigua e distaccata. 

Ai potenti della Terra è sfuggito di mano che i nostri figli, i nostri nipoti, sono un valore e non un prodotto da triturare nel consumismo sfrenato di oggi. Non sono i giovani a dover venire da noi, siamo noi a dover andare da loro, senza la pretesa di insegnare qualcosa, ma con un atteggiamento di accoglienza, di comunità. Sono certo che le nuove generazioni hanno idee abbastanza chiare. Servono freschezza e rapidità di pensiero in questo mondo da reinterpretare. E’ proprio dei giovani che abbiamo urgente bisogno. Pensiamo a quanto tempo abbiamo trascorso subendo senza colpo ferire le politiche verticistiche, scollegate dalla realtà, tese al business ad ogni costo, proprio mentre tanta gente è alle prese con problemi seri come quello di vivere dignitosamente.

Qualcosa è andato storto, è bene ribadirlo con forza, oggi. Ed è da qui che dobbiamo ripartire, da quello che il territorio esprime in termini di esigenze e di potenzialità.

Voglio poi essere chiaro sulle preferenze dirette, che sono la conseguenza logica di tale ragionamento. Ci identifichiamo in una Base popolare non per caso. Dove per base si intendono le fondamenta della società civile che nella nostra visione sono rappresentate da tutti, senza distinzione alcuna: giovani, adulti, anziani, minoranze. Tuttavia, un nome resta un nome, di fantasia, per quanto efficace nell’esprimere un indirizzo d’intenti, mentre a noi servono nomi e cognomi con un volto, un corpo, un cuore e un’anima. L’unico modo per esprimere questo collegamento che altro non è che la sostanza di una vera democrazia partecipativa è quello di dare la preferenza a un singolo candidato, a una persona in carne e ossa, inserita all’interno di una lista elettorale. Viceversa, quella Base popolare di cui siamo i costruttori sarebbe instabile e a mio giudizio impopolare: una contraddizione in termini, un boomerang non solo linguistico ma reale.

Di nome e di fatto, insomma, facciamone un’espressione idiomatica per la nostra comunicazione: la politica alta che parte dal basso, da questo teatro, da noi, dalle nostre famiglie, dal nostro essere rami di un unico grande albero ben innestato nelle antiche radici piantate dai padri costituenti ma da innaffiare costantemente. 

Vogliamo che il mondo si riapra alla gente, vogliamo che la persona sia al centro di tutto. Non possiamo permettere che eventi contingenti e decisioni capotiche non condivise ad ogni latitudine del pianeta, ci costringano a vivere in una visione oppressiva del presente, come perennemente ingabbiati nella paura, come meccanismi passivi di un circuito perverso che si autoalimenta.

Dobbiamo spezzare questo meccanismo. Possiamo e dobbiamo farlo insieme.

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